Sono due decenni che non leggo i quotidiani sportivi. Oggi, ogni tanto ci butto un’occhiata, quando sono al bar. Per divertirmi. Per misurare il grado d’isterismo al quale sono giunte, con tenacia invidiabile, le nostre gazzette di gossip footballistico. C’è la finale dell’Eurolega del basket? Tranquilli, ve la dovrete cercare con pazienza a pagina 80 o 90. C’è la finale dell’Heineken Cup del rugby? Compratevi in più anche una lente d’ingrandimento. Magari è il giorno della finale della Coppa Uefa, quella del football, cioè del soccer, cioè proprio quella del calcio, ma se non ci sono in ballo squadre italiane è meglio che dirigiate il vostro apparato visivo verso l’angolino in basso a destra o a sinistra dove troverete l’apposito francobollo. Perché la prima pagina delle gazzette sportive - alla stregua della terza pagina del Sun, meritoriamente famosa in tutto il mondo, ma che però è la terza e non la prima, e in più ci tira su il morale con sventole da infarto - deve essere dedicata tutta all’ultima starlette del calcio mercato, la stessa che da qui a sei mesi, nella maggior parte dei casi, sedotta & abbandonata sarà in vendita al miglior offerente a pagina 42.
Oggi il calcio patrio, parlato e scritto, e purtroppo anche quello giocato, visti i disastrosi risultati delle nostre squadre nelle coppe negli ultimi anni, mascherati solo dai successi dei marpioni del vecchio Milan, è fatto solo di individualità, di gioco casual che regala molti gol dentro i confini nostrani, ma che s’impappina terribilmente quando si scontra con le corazzate piccole e grandi del calcio europeo. Le discussioni sulla tattica si risolvono tutte con ridicole tabelline di numeri magici, 4-4-2, 4-5-1-, 4-3-3, 3-4-3, 4-4-1-1 e via discorrendo, e i problemi si risolvono tutti mettendo un nome al posto di un altro, oppure mettendo più uomini in un settore della squadra, o in difesa, o a centrocampo, o in attacco, come se il calcio fosse una cosa statica o una partita a scacchi, avulsa dalla dimensione temporale. Questo gioco di vane e astrochiromantiche sottigliezze regala a chi vi partecipa un’aria saputa, che lo esenta da ogni tentativo di analisi più profonda e di largo respiro. Certo, il calcio è bello perché imprevedibile: l’abilità tecnica individuale, la fantasia, lo spirito agonistico, la fortuna ne saranno sempre ingredienti ineliminabili e decisivi. Ma oggi in Italia parlare seriamente di tattica e strategia calcistica, pur col dovuto distacco vista l’ingovernabile materia, è considerato un vezzo da fanatici.
Per una sorta di vendetta del mondo del calcio italiano (compresi i giornalisti) contro il vittorioso pioniere e rivoluzionario Sacchi (che certo aveva grossi difetti di carattere, soprattutto non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori) le nostre squadre hanno giocato per molti anni come se le novità sacchiane non fossero esistite, mentre tutto il mondo ne faceva tesoro. Il Milan di Capello ebbe successo perché seppe mitigare gli aspetti meccanicisti del gioco di Sacchi, ma lo potè fare solo perché perché ormai i rossoneri giocavano a memoria. Piano piano anche quel Milan cominciò a regredire verso una statica italianità. Il bel gioco, filante, risulta quasi sempre dalla meglio organizzata mobilità dei giocatori nel rettangolo verde, che ottimizzata tende sempre a produrre la superiorità numerica. Non si tratta di correre di più, ma di correre meglio: e questo si può fare se le cose vengono fatte senza riserve mentali. La velocità di una squadra non dipende dalla velocità dei giocatori, né dall’ardore agonistico, ma dall’abolizione dei tempi morti nell’avanzare e nell’indietreggiare della squadra. Se invece nel momento della conquista del pallone (o della perdita) ci si guarda attorno per vedere come si sviluppa l’azione si perde quell’attimo fatale che è decisivo.
Ancor oggi, con un ragionamento capzioso, volendo omaggiare polemicamente l’italica tradizione, si parla di contropiede, di vittoriosa tattica difensiva, o addirittura di catenaccio, di questa o quella squadra. Ma il contesto è del tutto differente. Il contesto è quello in cui la rivoluzione sacchiana è stata digerita; per cui sia la difesa sia il contropiede sono oggi basati sulla ricerca della superiorità numerica. L’Ajax degli anni settanta (che rifilò un terrificante 6-0 in una finale di Supercoppa al Milan di Rocco nel 1973) segnò la prima tappa di questa rivoluzione scoprendo una cosa molto semplice: che nel calcio di allora solo una parte dei giocatori in senso lato prendeva parte all’azione di gioco, mentre ce n’erano sempre due o tre che risultavano del tutto ininfluenti, e sprecati, agevolando la squadra avversaria. Sviluppando un’organizzata concentrazione di uomini dove serviva e quando serviva lo squadrone olandese dominò il calcio europeo per un lustro. E soprattutto non solo vinse, ma fece scuola, e cambiò il calcio, cominciando, caratteristicamente, dal lessico. Fecero capolino termini di nuovo conio, come il pressing e la tattica del fuorigioco. Terzini, stopper, ali e mezzali - la terminologia del calcio “statico” - cominciarono a sparire.
Prima del perfezionamento e direi quasi della codificazione sacchiana, esempi parziali di quest’evoluzione calcistica furono negli anni ‘80 la Dinamo Kiev e la nazionale sovietica di Lobanovski; quest’ultima arrivò seconda agli europei del 1988 e fu la squadra che mostrò il miglior gioco ai mondiali messicani del 1986; ma sviluppando la ricerca della superiorità numerica, con le continue sovrapposizioni tipiche del calcio russo, solo in fase offensiva, e non anche in quella difensiva, andò incontro ingenuamente alle stilettate mortali in contropiede vecchio stile - palla lunga al centravanti - di squadre modeste e schiacciate in difesa come il Belgio nel 1986 e alle giocate dei campionissimi olandesi come Gullit e Van Basten nel 1988. Altro esempio importante fu il Goteborg dell’esordiente allenatore Sven Goran Eriksson che nel 1982 fra lo stupore generale vinse alla grande la Coppa Uefa; al contrario della Dinamo Kiev, il Goteborg di quella breve stagione prodigiosa mise in mostra il miglior pressing difensivo antecedente la stagione sacchiana.
Lo zelo, l’ideologia pionieristica di Arrigo Sacchi, raccolse le fila di tutti questi precedenti, dandone per la prima volta sul campo un’interpretazione globale e - in senso buono - totalitaria. E’ strano, ma a tanti anni di distanza, forse la maggior parte dei giornalisti italiani non ha ancora perfettamente capito che il pressing - cioè la ricerca della superiorità numerica dove serve quando serve, non solo nel gioco difensivo, cioè al fine della conquista della palla, ma anche in senso lato nel gioco d’attacco con l’offerta delle sovrapposizioni - è un movimento di squadra; che in realtà non esiste nessun pressing se esso non interessa tutti i giocatori, dal primo all’ultimo. E che lo sforzo centrale consiste nell’occupare nel minor tempo possibile col maggior numero di uomini possibile la zona nevralgica dove in quel momento si svolge l’azione. Contrariamente a quanto si favoleggia di solito, questo dipende in maniera pressoché totale dagli automatismi dei movimenti della squadra, non dallo sforzo agonistico; non dalla velocità dei giocatori, ma dall’abbattimento dei tempi morti. Una squadra che sappia interpretare al meglio le coordinate spazio/temporali nel rettangolo verde, può essere percepita come veloce anche se composta da una banda di appesantiti posapiano. La squadra “corta”, che si muove stretta in una fascia di trenta metri, che non corre di più ma ottimizza il movimento di tutti i giocatori, si cominciò a vederla allora. Come ho già scritto una volta:
Come disse una volta il madridista Valdano, stupendo un po’ tutti, quella di Sacchi era fondamentalmente un tattica difensiva. Ed aveva ragione: solo che quando Sacchi la brevettò, una volta per tutte, col suo grande Milan, gli avversari erano talmente impreparati a farvi fronte, che non restava loro altro che trincerarsi in difesa. Sbagliano completamente coloro che parlano di catenaccio del Liverpool. Il pressing consiste non tanto nella ricerca del contatto con l’avversario, quanto nella ricerca sistematica ed organizzata della superiorità numerica nella zona dove staziona la palla. E questo avviene normalmente nella fase difensiva. I successi di Benitez, col Valencia e col Liverpool, e di Mourinho, col Chelsea e col Porto, sono basati su una disciplinata e convinta applicazione di questa tattica di gioco. Fu Van Gaal, con un fantastico Ajax, a creare una variazione offensiva della tattica del pressing (seguito poi in parte dal Barcellona di Rijkaard) con la ricerca sistematica della superiorità numerica nella fase d’attacco, con un continuo gioco di inserimenti e sovrapposizioni di centrocampisti e difensori laterali.
Quindi ancor oggi si può parlare di gioco difensivo o offensivo, ma non nei termini con i quali una fazione inacidita ed accecata del mondo giornalistico sportivo italiano ne parla. Negandosi ad ogni tentativo di analisi seria, la nostra critica per spiegare l’alternanza dei risultati ha sempre pronta la soluzione di tutti i problemi: la giocata del campione, e il grado di stanchezza di una squadra, che un giorno, chissà perché, è pimpante e l’altro a terra. Vedrete, se los picadores españoles riusciranno ad imbrigliare e infilzare il toro russo, diranno che la squadra di Hiddink ha risentito degli strapazzi delle scorse partite, e che nel calcio alla fin fine conta solo l’arte dei campioni; se al contrario i nuovi eroi di Putin e Medvedev asfalteranno gli iberici si canteranno peana sullo straordinario strapotere fisico dei russi. Sbaglieranno di grosso, perché i russi di Hiddink non corrono affatto di più delle altre squadre, neanche di quella italiana, in termini quantitativi sommando le prestazioni dei singoli giocatori.
Come tutte le squadre di Hiddink i russi corrono insieme facendo massa, ordinatamente, in fase difensiva e in quella d’attacco. All’allenatore olandese riuscì il miracolo, nel mondiale sudcoreano-giapponese, di fare della nazionale di casa una squadra temibile. E’ vero, furono gli arbitri a buttar fuori Italia e Spagna negli ottavi e nei quarti di finale, ma è anche vero che soffrimmo terribilmente la continua superiorità numerica degli asiatici in tutte le zone del campo. Nel mondiale tedesco, che l’Italia vinse senza alcun dubbio meritatamente, la squadra di Lippi - pur lontana dalla tradizionale staticità italica - soffrì, negli ottavi di finale, ancora una volta il dinamismo dell’Australia di Hiddink, in teoria la squadra più debole da noi affrontata: non fu il rigore su Grosso - che fra l’altro ci stava - a salvarci, ma l’inconcludenza e lo scarso spessore tecnico degli attaccanti australiani. All’infausta finale di Istanbul con il Liverpool in una edizione di Champions League di qualche anno fa, il Milan di Ancelotti - temibilissimo quando viene lasciato giocare, ma regolarmente in crisi quando viene pressato e preso per il bavero - arrivò per il rotto della cuffia, grazie un gol siglato da Ambrosini negli ultimi istanti della partita di ritorno di semifinale con il PSV Eindhoven: gli olandesi allenati nell’occasione dal solito Hiddink, infinitamente inferiori dal punto di vita tecnico ai milanisti, avevano però malmenato in lungo e in largo i rossoneri.
Ripeto che la staticità di una squadra dipende non dal fatto che i giocatori siano realmente fermi, ma dal fatto che non corrono insieme. L’Italia di Donadoni purtroppo contro la Spagna ci ha fatto rivivere gli incubi d’impotenza delle nazionali di Maldini, Zoff, di Trapattoni. La differenza fondamentale tra il gioco (?) dell’Italia e quello della Russia si nota con palmare evidenza nella fase immediatamente successiva alla conquista della palla.
Italia: il giocatore che l’ha appena conquistata si guarda attorno, si concede una pausa filosofica - necessaria, perché la difesa non alza le tende dalla propria area e non offre i propri servigi all’eventuale disimpegno, e i centrocampisti annegano sparuti in un mare di maglie avversarie - dopodiché o si decide al lancio lungo all’attaccante ramingo laggiù in fondo, o cede la palla al giocoliere nostrano più vicino. Costui dovrebbe fare un capolavoro: saltare mezza difesa avversaria partendo dalla propria metà campo, e quindi concludere in solitario l’azione o realizzare un assist di miracolosa perfezione per l’attaccante al centro dell’area avversaria. Per l’attaccante e solo per l’attaccante, perché di inserimenti di centrocampisti non se ne parla proprio. Così l’azione d’attacco quasi sempre somiglia tanto ad un torrente che via via si trasforma in un rivoletto che a stento arriva alla meta. Una squadra stretta tra la paura degli avversari e la speranza del golletto, tanto per non buttarla in politica, con giocatori che invece di correre organizzati ciondolano a vuoto senza una direzione. Al giorno d’oggi una squadra che non rischi almeno qualcosina tenendo la difesa abbastanza alta a ridosso dei centrocampisti è destinata sempre a subire il gioco di un avversario che abbozzi anche ad un modesto pressing. Al limite la cosa potrebbe anche essere accettabile, come pegno peraltro non dovuto alla tradizione italiana, se però, nella fase d’attacco, si procedesse con un contropiede organizzato, che è in sostanza il modo di giocare delle squadre di Spalletti: compagini che se ne stanno mollemente dentro la propria metà campo, ma pronte, all’occorrenza, quando riescono a cogliere sbilanciata la squadra avversaria, a lanciare un pacchetto di tre-quattro-cinque uomini a conquistare la superiorità o la parità numerica dentro la metà campo degli avversari. E’ una questione di tempistica, non di velocità, limitata però solo ad una fase del gioco.
Russia: quando in fase difensiva un giocatore conquista la palla, automaticamente la difesa sale, senza riserve mentali. E’ fondamentale quest’aspetto. Perso l’attimo, la velocità dell’azione successiva, del singolo ma tanto più della squadra nel suo complesso, non potrà mai surrogare il vantaggio ottenuto da questo automatismo. E’ un’onda di vantaggio che teoricamente si ripercuote sino all’area avversaria; cosicché, idealmente, se i primi tre o quattro giocatori - perché caratteristica di questo gioco è di arrivare con tanti giocatori sul fondo - non riescono a concludere a rete in prima battuta, è già pronta una seconda ondata di centrocampisti e difensori pronti a sovrapporsi ai primi. Anche se tutto questo dà un’impressione di selvaggio dinamismo, solo per il 10 % - per così dire - è frutto di agonismo, ma in realtà per il 90% è dovuto alla corale tempistica di tutta la squadra. Che, lo ripeto ancora una volta per i duri di comprendonio, non corre affatto di più delle altre, ma concentra e ottimizza lo sforzo. Similmente quando invece la palla viene persa, se la squadra di Hiddink non è sbilanciata il pressing offensivo automaticamente si trasforma in un pressing difensivo, senza dannarsi l’anima, ma coralmente e automaticamente, senza tempi morti, e quindi in ogni caso con buona efficacia; se la squadra al contrario è sbilanciata, ancora una volta coralmente, automaticamente e senza tempi morti, abbandonando il pressing, essa corre a ricompattarsi, quasi disinteressandosi dell’azione di gioco, in una stretta fascia del rettangolo verde tra la propria area di rigore e la linea di centrocampo. Sintomaticamente poi, quando un pallone lungo che arriva dalla difesa viene agganciato dal centravanti-boa, questi tende sempre a spostarsi orizzontalmente verso l’una o l’altra delle linee laterali, per guadagnare tempo, sapendo che i suoi compagni stanno risalendo il campo di gioco.
Il tempismo corale è il segreto della superiorità numerica, sia in fase difensiva sia in quella offensiva. La velocità dei singoli non conta nulla. Spiegare con la mancanza d’intraprendenza o di ardore agonistico o di coraggio un gioco d’attacco asfittico o inesistente non significa un bel nulla. Bisogna attuare il gioco senza riserve mentali, e non si possono fare le cose a metà. Il problema non è affatto quello di capirlo, perché si tratta di due-tre semplici concetti. Il problema è psicologico. Il bravo allenatore non è quello che sa mille cose inutili, e che è ricco di mille esperienze, ma colui che possiede poche e chiare idee, e sa liberare i suoi giocatori dalle remore psicologiche nell’attuarle in campo.
Dopodiché, ovviamente, la palla è tonda, la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo, i portieri un giorno fanno miracoli e l’altro vanno a caccia di farfalle, gli arbitri fanno cappelle, e agli astri del firmamento calcistico riescono prodezze negate ai comuni mortali.